Ticket to ride
lunedì, 16 novembre 2009
in diretta da
noi

Quando Dorothea aveva invitato la sua cricca dell'università e li aveva guidati attraverso l'appartamento  e quando lui, i due bambini in braccio, era apparso in soggiorno per il bacio della buonanotte e Dorothea aveva detto "Eccoli, i miei tre uomini!" - allora nessuno stava bene quanto lui (...) Robert aveva studiato da carpentiere e per quasi dieci anni era passato da un cantiere all'altro (...) non era mai stato licenziato. Le aziende erano sempre andate in fallimento. Uno come lui non lo licenziava nessuno, poteva scommetterci qualunque cosa. Da fare ce n'è sempre abbastanza. Altroché. E Dorothea? Non si era aspettato niente da lei e perciò era restato assolutamente disinvolto. Era rimasta incinta per la prima volta a trentun anni, Robert non credeva che si potesse studiare così a lungo. Se Dorothea trovava da lavorare per qualche settimana, era comunque senza retribuzione. Era così contenta quando le dicevano di sì, che ogni volta lui credeva che avesse per le mani qualcosa di fisso. Ma non c'era bisogno che lei lavorasse. C'era già lui che provvedeva alla famiglia.

Ingo Schulze, Bolero berlinese.

Postato, su suggerimento di Silvia, come riflesso, piccola ironica sfera di cristallo sul nostro possibile futuro, qui, in Australia, a Londra o Berlino... sempre se troviamo il carpentiere del nostro cuore, naturalmente  :-)

Scritto da una di noi alle ore 17:47
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mercoledì, 14 ottobre 2009
in diretta da melbourne
Progressismo al supermercato

Nonostante il titolo possa farlo pensare, non sto per scrivere un’apologia del cibo biologico e della spesa organic. Anzi.

Piuttosto, stavo pensando a me stessa e all’allungamento della mia tempistica di acquisti di sopravvivenza. Mi vengono in mente Silvia e Viola, e vari discorsi sull’assurda disposizione delle cose nei supermercati tedeschi. Bè, qui in Australia gli scaffali del mango non sono accanto a quelli della crema depilatoria, né le confezioni di tasty cheese sono accumulate insieme al disinfettante per il bagno. Eppure, io ci metto una vita a comprare due cavolate.

 

Il pozzo era profondissimo, eppure Alice precipitava lentissimamente, perché  mentre cadeva ebbe un mucchio di tempo per guardarsi intorno, e chiedersi cosa sarebbe accaduto dopo.

I miei tempi lunghi al supermercato sono dovuti a vari motivi che, tutto sommato, sono abbastanza noiosi – per me e per voi. Quello che potrebbe essere un minimo interessante, e di cui quindi parlerò, è il mio motivo “progressista”.

Mi spiego.

Il progressismo è una bella cosa, non è solo very politically correct. È un principio – o forse è più una forma mentis, una framework del pensiero e dei principi che ne seguono-  in cui credo molto, che cerco di tenere sempre presente nei miei giudizi, e quando si tratta di prendere decisioni serie. Solo che poi, come sempre, il modo di essere generale condiziona il particolare, le piccole cose come la scelta quotidiana del cibo. Ed ecco che, anche nel fare la spesa, mi ritrovo a fare scelte in nome dell’apertura al nuovo e al diverso (wow!): e via con il mango e il riso di una regione sperdutissima dell’Asia di cui non ricordo il nome -che sembrava tanto figo e tanto integrale, ma forse sbaglio qualcosa perché non è possibile che, dopo quaranta minuti, non sia ancora cotto-; e il passionfruit che poi si scopre non era di stagione, per quello era così terribile;il canguro perché no?, sa solo un po’ di fegato;  poi lo zenzero, ginger, che però è quello asiatico e quindi è troppo forte, immangiabile, finanche per me; e il caro vecchio tonno che non mi tradirà mai e invece scopro che qui trovarlo all’olio o al naturale è un’impresa, e ho appena aperto una puzzolente scatoletta al curry….

Insomma , mi ritrovo questo simpatico progressismo da supermercato, in fondo un po’ naive, forse tanto naive.. Ma io queste scelte le faccio del tutto credendoci eh, chiariamo! Cioè, sul momento ho veramente voglia di esplorare il mondo in una padella e le mie papille gustative stanno veramente aspettando con ansia la verdura sudcoreana o il frutto chiatto chiatto di cui non so neanche il nome italiano (mai vista roba simile fuori dalla zona asiatica). Qualche volta provo anche ad informarmi su come cucinare tutte ‘ste robe: ad esempio, un’amica canadese mi ha insegnato gli usi e gli abusi dell’avocado (e non obiettate che l’avocado sta al Canada come il salmone scozzese all’Italia…;P), da cui sono diventata semi-dipendente, tanto che già rimpiango il momento in cui non potrò più farcirci panini e insalate, una volta tornata nella cara vecchia Europa. Non è sempre un fallimento il mio progressismo culinario, a conti fatti.

Certo, poi la gente mi dice che non sono una vera italiana, perché in tre mesi mangio meno pasta di quanto non facciano i miei due vicini di stanza (un norvegese e un asiatico australianizzato) in una settimana – e hai voglia a convincerli che no, non ho allergie e sì, stravedo per la pasta, I love eating pasta when I’m at home. Anyway.  

In più, ovviamente, per fare queste scelte di cibo progressista perdo un casino di tempo.  

Più o meno queste cosette mi passavano per la testa, l’ultima volta che sono stata nel mio rifornitore alimentare più frequente, ossia il “Safeway” di Lygon street. Come tipicamente in Australia, è un supermercato dentro una sorta di centro commerciale – non brutto, però, devo dire. Poi ho pensato a voi, signorine attualmente più o meno tutte senedi – a noi.

Credo che, a volte, varie forme di progressismo medio ci accechino. Non voglio essere astratta o teorica (perché non ne sarei in grado!); sto parlando di minimi sistemi, delle scelte quotidiane: della musica “underground” e del cibo biologico e a km zero (di cui la sottoscritta è una sostenitrice), dei vestiti dell’etnico di via Pantaneto (no, non mi ricordo il nome Sil, anche se me l’hai detto tante volte), delle nostre scelte spesso stupidamente esterofile che non fanno bene a nessuno; e poi sì, anche del signoraggio bancario e dintorni.

Non ho niente contro il cibo diversamente etnico, ovviamente. Io adoro sperimentare cucine diverse dalla mia - e l’Australia mi dà terreno facile e una buona scusa per mettere su chili, in questo senso. Nessuna accusa neanche all’abbigliamento “antropologo style”.

Soltanto, mi chiedo quanto siamo consci del significato politico di quello che facciamo, a volte. 

Basta, il salto della quaglia verso il politico e il filosofico non è permesso dalle mie conoscenze piccine piccine, e poi voi vi aspettavate un post sull’Australia, sui coccodrilli e sui tramonti, e quindi che palle questa menata, quando finisce?

Bè, sulla fauna australiana vi posso dire che ho assaggiato – tanto per restare in tema!- il canguro e il cocco verde, che poi ha una carne bianchiccia e si è conquistato la mia preferenza.  I tramonti sono fantastici ovunque, ma particolarmente nei northen territory. Quando un europeo incontra un aborigeno la prima cosa che pensa è “quanto è strano!” , perché i tratti somatici sono un po’ diversi da qualsiasi etnia vista fino ad ora. La toponomastica di questo Paese ci ha fatti sorridere molto, me e il compagno di viaggio (c’è una città che si chiama sul serio “Surfers Paradise”!!), per quanto è recente..

Sì, è abbastanza un meltin pot la situazione: soprattutto ci sono tantissimi asiatici, e praticamente chiunque è figlio di immigranti di prima, seconda o terza generazione.   

Dunque. So che forse questo post non vi piacerà, ma in fondo neanche  a me. Non so, mi sentivo di scrivere questo. Forse, prossimamente scriverò qualcosa di più simpatico. Intanto passo la palla alle mie impegnatissime amiche in terra di Siena.

Di Maddi non ho notizie da un pochino; e  neanche di Celeste e Sabrina.

Mi illuminate? 

[Se qualcuno si sta chiedendo come è finito il mio momento di conservatorismo alimentare, la risposta è: ho smesso di sentirmi che dovevo sperimentare ogni tipo di pane esposto, e poi a casa mi sono fatta una pasta. Con avocado.

:P] 

Mi mancate. 

For the elsewhere is here, now, passing by.. 

C. 

Scritto da una di noi alle ore 16:30
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martedì, 01 settembre 2009
in diretta da lonely planet
L'amara bellezza dei Lavori in Corso

«Qualcosa in voi cresce e molla gli ormeggi, fino al giorno in cui, senza tante sicurezze, partite per davvero. Un viaggio non ha bisogno di motivi. Non ci mette molto a dimostrare che che si giustifica da solo. Pensate di andare a fare un viaggio, ma subito è il viaggio che vi fa, o vi sfa»

Nicolas Bouvier, La polvere del mondo.

Ho letto i vostri post bellissimi, che mi ero persa perché vivevo tutta inclinata verso il centro della pura esistenza nel mondo, rapita agli studi e a tutto ciò che è ragionevole dall’irresistibile forza di attrazione di questa incomprensibile grossa pietra su cui abitiamo. Insomma, dopo averla risalita di qualche grado verso Nord piegando a Est in direzione del Baltico, sono di nuovo qui e galleggio nell’ultimo sole estivo, alle spalle di un universo che mi resta ancora sfuggente, incompleto.

D’altronde Berlino è dappertutto e soprattutto un enorme cantiere: e quei Baustelle che ti spezzano il cuore, quei ventri aperti e scavati che gli artisti locali riprendono spietatamente per le loro video-installazioni – il corpo disossato della capitale ai lati delle strade con le gru svettanti come a benedirlo – mi sembrano il segno materiale in cui si cifrano la città e forse in fondo tutte le cose e il mio rapporto con loro.

Berlino è un inspiegabile devinette urbanistico, l’incompletezza dei luoghi e delle situazioni, il lavorio struggente delle cose, che non combaciano mai ma non si interrompono, quasi il correlativo topografico di un mio stato interiore. Forse lo stato interiore di molti e per questo sta diventando la nuova meta e i giovani europei la ‘sentono’ così tanto. Berlino è un luogo contraddittorio, ombroso e colorato allo stesso tempo, imprevedibile. La periferia occupa il centro, dietro ogni strada che svolta c’è uno spiazzo inaspettato: certe volte è un brandello di Occidente (con tutte le sue ferite), altre una scheggia di Medio Oriente, oppure ancora un lago verde di alberi, dove fare il bagno la sera. C’è qualcosa di sotterraneo, e non solo nel senso dell’onnipresente underground, spesso smerciato e consumato in tanti modi diversi in tutta la città: gli strati di una storia conflittuale scorrono sotto le superfici, affiorano qui e lì e si fanno leggere poco alla volta. Benjamin (proprio lui!) diceva che a Berlino bisogna camminare fino a perdersi come in una foresta, fino a quando il volto indecifrato e materico della città comincia a parlare. Berlino mi ha parlato.

Ma da dove comincia questa maledetta voglia di partire, certe volte per sfida, o per il desiderio contorto di tornare indietro, di prepararmi nella distanza il ritorno a casa e a me stessa, o semplicemente per il puro brivido lungo la schiena quando guardo un atlante (piccola mania infantile)…

Comunque ho scritto qualche riga e sulla scia di Silvia ve la appunto qui, non ha molto senso forse, perché non è un diario e non è una storia... sono solo delle riflessioni un po’ a vuoto e senza conclusione sulle sensazioni degli ultimi mesi, forse dell’ultimo anno, compresi tutti gli svolazzi lasciati sul continente europeo per rincorrere un po’ del mio nordico ragazzo e un po’ di me… insomma, una piccola traccia lasciata dal mondo sulla punta delle mie dita, tutto quello che mi è venuto in mente ripensando a quanto ho sentito e sperimentato nei mesi in cui questo blog è cresciuto. Baci a tutte voi «pellegrine e straniere», con le unghiette tagliate e i capelli che sanno ancora di sale.

 

 

Camminava per quelle strade dove tutti si mescolavano senza sapere nulla l’uno dell’altro, dolcemente e quasi senza pensarci: e perché uno proprio adesso si sedeva lungo il fiume, quegli altri parlavano fitto, una donna in tuta da ginnastica correva? Veniva buio presto – era inverno – e sentiva la presenza dei milioni di persone sulla faccia della terra (una volta aveva visto una di quelle mappe dell’inquinamento luminoso mondiale, quelle galassie di puntini bianchi erano grumi terrestri, erano esseri umani), sentiva la sua città come un animale accovacciato sulla sabbia friabile, e poi tutte le altre città: i cancelli, gli allarmi, i corpi dietro le finestre, le tende tirate, le ultime luci appese sopra i semafori già spenti e ognuno racchiuso nei propri oggetti più scontati e lampanti, chi un porta-occhiali, chi un quaderno la piastra elettrica accesa il biglietto elettronico di una vacanza. Infine, in una presa diretta dolorosa, i ritratti delle persone più vicine: lo stomaco si contraeva per un momento al pensiero dei loro incontri, come certe volte sentiva le lacrime agli occhi quando sua madre la accarezzava e lei come da lontano pensava che perfino quello era così solo per caso.

Tutto questo la raggiungeva dolorosamente e quasi con violenza, una realtà aggressiva che entrava da ogni parte: e la violenza non era solo la sua inspiegabilità quasi malvagia, l’esistenza di chi giocava nel campetto regalato dall’Unione Europea a Kreuzberg o a Villeurbanne, di chi incendiava le auto a Parigi o Soweto, di chi aveva viaggiato sull’autobus senza sapere della bomba. C’era, più in generale, una forza d’urto quasi commovente nelle cose, che restavano lì dov’erano afferrate alla terra sotto di loro, c’era una tensione interrogativa che la feriva e nel contempo la riempiva di una gratitudine immotivata. Ogni cosa era piena di un significato strano che premeva fino a scoppiare fuori dalle superfici visibili, tutto parlava e loro non erano sordi, soltanto ancora troppo impreparati – ma lo sapeva, lo ripetevano di continuo: non si arriva mai preparati alle cose.

Come assorbire quella massa, quindi, come spiegarsela e trovare pace. Tutta quell’imperfezione, quei nodi irrisolti – forse per questo allora amava le persone combattute, le città oscure, le storie contraddittorie. Ognuna di loro rispondeva a modo suo delle cose così come stavano e si poteva sentirlo dentro di sé, ma quando lei poi tornava a casa queste sensazioni diminuivano, tornava soltanto di nuovo a casa e piccola e lì tutto è puro, il cielo è azzurro a nuvolette, con il rumore dei tosaerba e delle auto dall’altra parte del prato.

 

 

Scritto da una di noi alle ore 09:57
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lunedì, 27 luglio 2009
in diretta da
tergiversando in Santa Chiara

Ce n'è una serie, ma, per ora, ancora no.

A Berlino! A Berlino!

S. s. s.

(Sì, sono criptica)




questo è solo un copiaincolla, facile facile

Un caffé corto macchiato con la schiuma e una spruzzata di cioccolato, al vetro. grazie.
Ci vorrebbe semmai una granita al caffè, senza panna però che sennò stucca.

Pomeriggi di fine luglio, tra ricordi recenti, ricordi decenti, ricordi indecenti, cazzi e canguri (pochissimi canguri) e Alberto Arbasino che non è Asor Rosa, F. mi aveva consigliato qualcosa contro Asor Rosa dal nome palindromo, ma non ricordo più cosa, e quando gli scrivo parlo solo di voli pindarici.

E cavalli scossi.

Dicono i Baustelle che i significati spesso non significano mai, nomina nuda tenemus? ma anche no, a me piacciono le cose, oltre alle parole, e la materialità.
Ancora non riesco a scrivere un racconto
un blog
Il tempo materiale, il tempo palpabile, ne ho tanto ma è bolle di sapone, scoppia subito e non porta a niente.

Descrizione della scena.
Tavoli di legno chiaro, poche lampade accese. I libri, di fronte a svariate postazioni. Dietro di me uno, che ogni tanto mi fa sentire osservata, non lo vedo, solo intravedo, non so chi sia. Di fronte, un aspirante medico legge sbuffando un tomo infinito, una banana e un'albicocca rosseggiante posate su un altro volume. Quasi buio, rumor di aria condizionata che non funge più di tanto, caldo, caldo, caldo. Silenzio. Solo il fastidioso rumore dei miei tasti che sbattono e le pagine che girano, i fruscii.

Cose sciocche, ripensamenti, nugae tutto sommato, il ventisette luglio tre quattro corpi roventi in Santa Chiara Graduate College a cercare di concentrarsi su parole filtrate da autori filtrate da presse filtrate da pagine filtrate da inchiostro, andiamo a vedere le luci della centrale a turbogas, menomale che non sono straight edge, so cosa non sono almeno è già qualcosa.

Combattere i rimpianti.

Come in un teatro: una ragazza in un vestito fasciante entra - scena minimal, legno giallastro poche luci nero e bianco - si siede, legge, posa la testa sulle braccia incrociate sul tavolo, si accascia tira su col naso forse piange, gli occhiali tirati su. Forse dorme. Immobile. Se qualcuno spegnesse la lampada accesa su di lei: sipario.

Bada bene.

Le domande ancestrali dei primi appuntamenti, sedici anni o ventitrè. I silenzi carichi di attese, da bassissima letteratura.

?

I piedi nella sabbia, il costume sempre troppo poco, l'acqua gelida di un pomeriggio, di due pomeriggi diversi che si mischiano nella memoria - più di due, a ben pensarci
e l'allegoria, la Lea (?) (no, falso allarme) dal lento fluire, una volta entrata in testa non se ne va più. Allegoria sta diventando una parola imperante,
ma io non voglio essere un'allegoria.
Alleg(o)ria portami via.

Riordino le mie cose, spengo la luce - sipario.
Scritto da una di noi alle ore 17:29
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venerdì, 24 luglio 2009
in diretta da
Back in Civita. Staying in Siena. Heading to Berlin.

Al volo, il racconto della mia serata civitonica.

Tavolo di un ristorante deserto in un giovedì sera addormentato di fine luglio. Io, una mia amica di liceo e le sue due coinquiline tedesche. Ci vuole sempre qualcuno da fuori per farti scoprire del tuo paese qualcosa che non avevi notato. Ad esempio, che il Forte nel centro storico è illuminato con dei fari dal basso come Edimburgo.

Una delle due ragazze tedesche studia ad Aberdeen da 3 anni e quando parla inglese ha movenze ed espressioni facciali molto più mobili di quando parla tedesco. Bella lingua pure il tedesco, mi sembra avere una forte cifra identitaria.

In definitiva, parlando dei paesi d'origine la ragazza mi dice: "Even if sometimes it looks crap, we've gotta make something out of it"

Bacini a tutte,

V.
Scritto da una di noi alle ore 01:25
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domenica, 19 luglio 2009
in diretta da toscana-liguria a/r
Can't stop feeling

Di quando si parte per una meta che alla fine diventa il pretesto per un giro più denso e articolato.
Ovvero, un trio alla Jules&Jim- senza venature sentimentali di alcun genere, soltanto per il rapporto di genere 2:1-  parte per un concerto a Livorno. Poi si fa tardi e la stradina di campagna del pisano costellata di giganteschi anelli di metallo a metà tra installazioni d'arte contemporanea e tracce di UFO che dovrebbe portare a Livorno si esaurisce prima: a Cecina. Cena arrangiata in riva al mare, bagno di mezzanotte e alla fine l'alto tasso di entropia dei tre partorisce un'idea geniale: andiamo a Nord!
E Nord sia! è così che dopo una galoppata a 130 km/h di media sull'autostrada, si finisce a dormire in macchina, col mare grosso davanti a Lavagna- Liguria. Sveglia presto il mattino seguente con cornetti e caffè, risciacquo veloce con acqua salina e timone rivolto verso Genova.
Genova bianca, ammucchiata e coi tetti a punta, a metà tra Napoli e Alghero, con quella cifra mediterranea venata di arabismi e spagnoleggiamenti.
Poi Marina di Carrara per un bagno col bagnino che sorveglia in cagnesco, ma lascia morire un povero surfista avventuratosi con una tavoletta al largo. Di seguito Massa e il suo castello- da lontano- e pizza a Lucca, sulla via di un ritorno rocambolesco verso Siena cantando "Bandiera rossa".
Nel frattempo, la Maddi a Berlino e Claudia Pechino, mi piace la geografia che si delinea.
Vado a prendere aria.
Vi lascio con i dati dell'itinerario di cui sopra: 1130 chilometri, 9 città, 34 ore.
Besitos,

Viola
Scritto da una di noi alle ore 12:55
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mercoledì, 15 luglio 2009
in diretta da smcv
partenze. e racconti.

Avete presente quando ci sono molte cose da preparare prima di un lungo viaggio?
Spesso capita di accumulare i vestiti sul letto , con la valigia che aspetta paziente giusto lì sotto per ore e ore,  fino a che non la saziate di scarpe e mutande e calzini e libri. Puntualmente, mentre telefonate alla nonna e mangiate la fetta di torta fatta appositamente dalla zia (ops, a me questa volta l'ha fatta mia sorella, ed era buonissima), e intanto rispondete a qualche amico su msn che ha deciso è il momento giusto per confidarvi di essere innamorato del suo postino; mentre rispondete a vostra madre che sì, avete preso l'antibiotico e l'antispastico e l'antinfiammatorio e l'antiSCAZZO (ehhem..) e lasciate scritto su un post it a vostro padre che sì, avete ricordato di portare con voi la carta di identità e avete sottomano il biglietto e no, non state partendo senza neanche dieci centesimi in tasca , per cui può anche non chiamarvi dieci volte prima del volo per ricordarvi queste cose e assicurarsi che non  l'abbiate perso perché avete osato sfidare la sorte e avviarvi da casa solo tre ore prima invece di sette - come lui spera segretamente che succeda da anni, per potervi rinfacciare che siete sempre in ritardo e che non si può mai sapere cosa si trova per strada, per cui è meglio avviarsi con largo anticipo -; mentre succede questo e altro,  rinviate di continuo quel piccolo particolare che riguarda sempre la preparazione per la partenza, ma più che altro quella di voi stesse ( da leggersi senza nessuna sfumatura spirituale).

Ecco, questa volta per me si tratta delle unghie. Sono giorni, se non settimane, che mi dico che dovrei sistemarle prima di partire, e non trovo il tempo. Ho l'aereo fra meno di dodici ore, e il genitore di cui sopra mi costringerà a partire da casa fra pochissimo, alle cinque. Sono emozionata e in parte spaventata, ma le paure sono sempre le stesse e questo rassicura lievemente : in fondo non è la prima volta che faccio qualcosa di simile, che sto via cinque mesi e mezzo in un paese straniero, non parlando la mia lingua. Solo che questa volta il paese è molto molto lontano, il mio isolamento linguistico probabilmente quasi totale, e tante altre belle cose..
In fondo è rassicurante, almeno per me, avere momenti in cui non vorrei partire, in cui mi sento nelle vene la mia terra - infatti le mie vene sono molto inquinate, soffrono e non si riesce a prelevarne il sangue - , che quasi mi richiama, mi trattiene. A volte penso che  la mia indole possa essere molto più sedentaria di quel che credo, e che tutte le smanie di partenze derivino solo dall'adeguamento al contesto culturale, sociale e in generale ambientale in cui vivo. Mah. Forse è solo la mia anima innatista che parla, come direbbe Luca.

Dunque, tutto questo per dire che devo andare a limarmi le unghie.. oops, no, c'era qualcos'altro: bentornate, rondinelle mie. Siamo di nuovo qua. Troppa stucchevole  - ma forse sana?- atmosfera nostalgica nei giorni scorsi, per cui non ripercorrerò lacrimosamente quest'ultimo anno , rievocando i bei tempi andati del nostro blog. Semplicemente, siamo di nuovo qua a raccontarci - spero -, e io lo trovo bellissimo. Sono contenta di avervi accanto, in qualche modo, durante questo viaggio e in qualsiasi mondo mi troverò a vivere. Vi voglio bene e siete una grossa risorsa - come dice Viola - per me.

Buon viaggio a tutte voi, amiche mie. Buona Berlino, Maddi, ti invidio molto la felicità condivisa con Malte, tienici aggiornate - in generale -; buona Siena per il momento e poi buona Londra, Violi, e per ora stai attenta ai chiodi di montagna; buona Bologna e poi buona Bressanone alla nostra Sabri, grazie per avermi chiamata e continua così, andrà bene stavolta ; buona Ravenna e buon soggiorno francese Celi, anche tu goditi la convivenza e in bocca al lupo per il Mundus; buona Toscana- Puglia Silvi (passi l'estate in due delle regionei più richieste e turistiche!), studia ma non tantissimo, e stai tranquilla come so che sei..
Buon viaggio, sì. Raccontiamocelo.

Ecco, ora posso andare davvero a limarmi le unghie.
Scritto da una di noi alle ore 22:40
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lunedì, 16 febbraio 2009
in diretta da né qui né là
buon viaggio

cercavo citazioni interessanti sul viaggio per un regalo ad un'amica che va in Portogallo a fare l'erasmus. Cercando di portoghesi, e per la precisione di José Saramago, mi sono imbattuta in questo:

... il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. sempre. Il viaggiatore ritorna subito.
Josè Saramago



Sil
Scritto da una di noi alle ore 18:35
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sabato, 13 dicembre 2008
in diretta da
Dopo secoli

Secoli che non scrivo qualcosa da queste parti.
Era estate e mi cercavo. Adesso, un pò più confusa e decisamente più invernale, mi cerco fra i saggi calviniani in biblioteca a lettere. Ne esce questo e mi sembra interessante rifletterci:

"Questa è la condanna della nostra debolezza [...], il marchio della società che ci ha nutriti: amiamo più le macerie che le capriate e i ponti; la coscienza dei mali della nostra società ci ha presi fino nel midollo ma è rimasta stagnante, lo studio assiduo di questi mali ci ha legato ad essi d'una segreta o scoperta affezione."

Lo scriveva su Rinascita nel '48: Ingengneri e demolitori. Potremmo essere ingegneri di questa Italia, invece troppo spesso ci attardiamo eccessivamente ad esserne demolitori. Questione di forme e punti di vista, a volte sostanziali. Ce la facciamo a far prevalere la pars construens sulla pars destruens?
Io per prima, lo scopro a volte difficilissimo.
Buona giornata signorine,
V.
Scritto da una di noi alle ore 09:57
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venerdì, 21 novembre 2008
in diretta da siena in fermento
l'esercito del surf

fa un po' strano parlare di onde a fine novembre.
ma giusto per ricordare al mondo che ci siamo, salutare Malte che da Lyon manifesta contro la 133 e diffondere un po' le voci, faccio un rapido copiaincolla da www.atitoloprecario.splinder.com, solo e unico giornale online dell'Assemblea Permanente di Siena (diffidate dalle imitazioni)...

baci

Noi studenti e studentesse, docenti e ricercatori precari, da settimane portiamo avanti la ferma opposizione alla legge 133/2008, agli effetti nefasti di questa, alla logica dello smantellamento del sistema formativo pubblico.

Il movimento universitario sta conducendo una battaglia contro la dismissione del ruolo dello Stato come principale finanziatore dell'Università e del mondo della formazione e della ricerca.

L'Onda respinge ogni tentativo governativo di illudere l'universo accademico con provvidementi effimeri volti solo a frammentare la mareggiata che ha invaso il nostro Paese, e pertanto continuerà, continueremo la mobilitazione.

La situazione di Siena si configura come paradigmatica rispetto all'azione governativa: l'autonomia finanziaria ha determinato una situazione economica disastrosa per il nostro Ateneo, e il piano di risanamento elaborato segue la stessa logica dei provvedimenti del Governo, tagliando sulle fasce più deboli e più precarie della nostra università.

Pur considerando necessario il tentativo di porre soluzione alla gravissima crisi finanziaria che coinvolge l’Ateneo, rileviamo che sono proprio i soggetti labili ad essere maggiormente colpiti, attraverso il taglio dei fondi per il reclutamento di nuovi ricercatori, degli assegni di ricerca, delle borse di dottorato, dei fondi per la copertura di docenze a contratto dei non-strutturati, dei posti di lavoro per i dipendenti delle cooperative di sorveglianza e custodia e la mancata presa di servizio del personale in attesa di chiamata.

Queste scelte dequalificheranno le Università, impoverendo la ricerca, e trasformando la maggior parte degli atenei in fornitori di didattica di cattiva qualità.

Respingiamo chiaramente la paventata nomina di un direttore amministrativo di chiara espressione dello stesso governo che porta avanti determinate logiche, poichè pensiamo che la riforma dell'università debba avvenire attraverso un processo condiviso e non attraverso tagli incondizionati che consegnano nei fatti gli atenei pubblici nelle mani dei privati, anche grazie alla possibilità di tarsformarli in fondazioni di diritto privato.

Coloro che hanno determinato la crisi, questo sistema di potere che coinvolge questa e le passate gestioni, devono assumersi le proprie responsabilità: non riteniamo che lo stesso sistema che ha generato questa crisi sia in grado di autoriformarsi, pertanto richiediamo le dimissioni del rettore Silvano Focardi e del collegio dei revisori dei conti.

Per questi motivi il movimento universitario non ha nessuna intenzione di far svolgere questo consiglio di amministrazione e porterà avanti tutte le iniziative possibili per contrastare questo modello di università, basato sulla sostenziale dismissione del ruolo del pubblico e su tagli incondizionati a danno dei soggeti più esposti.

La nostra mobilitazione non finisce ora, il vostro consiglio sì.

(ouh yeah)

Scritto da una di noi alle ore 18:14
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Chi Sono
Utente: Travellers
in realtà l'Erasmus e tutte quelle robe là sono una copertura... siamo un'associazione a delinquere, e vogliamo semplicemente CONQUISTARE IL MONDO!

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