Quando Dorothea aveva invitato la sua cricca dell'università e li aveva guidati attraverso l'appartamento e quando lui, i due bambini in braccio, era apparso in soggiorno per il bacio della buonanotte e Dorothea aveva detto "Eccoli, i miei tre uomini!" - allora nessuno stava bene quanto lui (...) Robert aveva studiato da carpentiere e per quasi dieci anni era passato da un cantiere all'altro (...) non era mai stato licenziato. Le aziende erano sempre andate in fallimento. Uno come lui non lo licenziava nessuno, poteva scommetterci qualunque cosa. Da fare ce n'è sempre abbastanza. Altroché. E Dorothea? Non si era aspettato niente da lei e perciò era restato assolutamente disinvolto. Era rimasta incinta per la prima volta a trentun anni, Robert non credeva che si potesse studiare così a lungo. Se Dorothea trovava da lavorare per qualche settimana, era comunque senza retribuzione. Era così contenta quando le dicevano di sì, che ogni volta lui credeva che avesse per le mani qualcosa di fisso. Ma non c'era bisogno che lei lavorasse. C'era già lui che provvedeva alla famiglia.
Ingo Schulze, Bolero berlinese.
Postato, su suggerimento di Silvia, come riflesso, piccola ironica sfera di cristallo sul nostro possibile futuro, qui, in Australia, a Londra o Berlino... sempre se troviamo il carpentiere del nostro cuore, naturalmente :-)
Nonostante il titolo possa farlo pensare, non sto per scrivere un’apologia del cibo biologico e della spesa organic. Anzi.
Piuttosto, stavo pensando a me stessa e all’allungamento della mia tempistica di acquisti di sopravvivenza. Mi vengono in mente Silvia e Viola, e vari discorsi sull’assurda disposizione delle cose nei supermercati tedeschi. Bè, qui in Australia gli scaffali del mango non sono accanto a quelli della crema depilatoria, né le confezioni di tasty cheese sono accumulate insieme al disinfettante per il bagno. Eppure, io ci metto una vita a comprare due cavolate.
Il pozzo era profondissimo, eppure Alice precipitava lentissimamente, perché mentre cadeva ebbe un mucchio di tempo per guardarsi intorno, e chiedersi cosa sarebbe accaduto dopo.
I miei tempi lunghi al supermercato sono dovuti a vari motivi che, tutto sommato, sono abbastanza noiosi – per me e per voi. Quello che potrebbe essere un minimo interessante, e di cui quindi parlerò, è il mio motivo “progressista”.
Mi spiego.
Il progressismo è una bella cosa, non è solo very politically correct. È un principio – o forse è più una forma mentis, una framework del pensiero e dei principi che ne seguono- in cui credo molto, che cerco di tenere sempre presente nei miei giudizi, e quando si tratta di prendere decisioni serie. Solo che poi, come sempre, il modo di essere generale condiziona il particolare, le piccole cose come la scelta quotidiana del cibo. Ed ecco che, anche nel fare la spesa, mi ritrovo a fare scelte in nome dell’apertura al nuovo e al diverso (wow!): e via con il mango e il riso di una regione sperdutissima dell’Asia di cui non ricordo il nome -che sembrava tanto figo e tanto integrale, ma forse sbaglio qualcosa perché non è possibile che, dopo quaranta minuti, non sia ancora cotto-; e il passionfruit che poi si scopre non era di stagione, per quello era così terribile;il canguro perché no?, sa solo un po’ di fegato; poi lo zenzero, ginger, che però è quello asiatico e quindi è troppo forte, immangiabile, finanche per me; e il caro vecchio tonno che non mi tradirà mai e invece scopro che qui trovarlo all’olio o al naturale è un’impresa, e ho appena aperto una puzzolente scatoletta al curry….
Insomma , mi ritrovo questo simpatico progressismo da supermercato, in fondo un po’ naive, forse tanto naive.. Ma io queste scelte le faccio del tutto credendoci eh, chiariamo! Cioè, sul momento ho veramente voglia di esplorare il mondo in una padella e le mie papille gustative stanno veramente aspettando con ansia la verdura sudcoreana o il frutto chiatto chiatto di cui non so neanche il nome italiano (mai vista roba simile fuori dalla zona asiatica). Qualche volta provo anche ad informarmi su come cucinare tutte ‘ste robe: ad esempio, un’amica canadese mi ha insegnato gli usi e gli abusi dell’avocado (e non obiettate che l’avocado sta al Canada come il salmone scozzese all’Italia…;P), da cui sono diventata semi-dipendente, tanto che già rimpiango il momento in cui non potrò più farcirci panini e insalate, una volta tornata nella cara vecchia Europa. Non è sempre un fallimento il mio progressismo culinario, a conti fatti.
Certo, poi la gente mi dice che non sono una vera italiana, perché in tre mesi mangio meno pasta di quanto non facciano i miei due vicini di stanza (un norvegese e un asiatico australianizzato) in una settimana – e hai voglia a convincerli che no, non ho allergie e sì, stravedo per la pasta, I love eating pasta when I’m at home. Anyway.
In più, ovviamente, per fare queste scelte di cibo progressista perdo un casino di tempo.
Più o meno queste cosette mi passavano per la testa, l’ultima volta che sono stata nel mio rifornitore alimentare più frequente, ossia il “Safeway” di Lygon street. Come tipicamente in Australia, è un supermercato dentro una sorta di centro commerciale – non brutto, però, devo dire. Poi ho pensato a voi, signorine attualmente più o meno tutte senedi – a noi.
Credo che, a volte, varie forme di progressismo medio ci accechino. Non voglio essere astratta o teorica (perché non ne sarei in grado!); sto parlando di minimi sistemi, delle scelte quotidiane: della musica “underground” e del cibo biologico e a km zero (di cui la sottoscritta è una sostenitrice), dei vestiti dell’etnico di via Pantaneto (no, non mi ricordo il nome Sil, anche se me l’hai detto tante volte), delle nostre scelte spesso stupidamente esterofile che non fanno bene a nessuno; e poi sì, anche del signoraggio bancario e dintorni.
Non ho niente contro il cibo diversamente etnico, ovviamente. Io adoro sperimentare cucine diverse dalla mia - e l’Australia mi dà terreno facile e una buona scusa per mettere su chili, in questo senso. Nessuna accusa neanche all’abbigliamento “antropologo style”.
Soltanto, mi chiedo quanto siamo consci del significato politico di quello che facciamo, a volte.
Basta, il salto della quaglia verso il politico e il filosofico non è permesso dalle mie conoscenze piccine piccine, e poi voi vi aspettavate un post sull’Australia, sui coccodrilli e sui tramonti, e quindi che palle questa menata, quando finisce?
Bè, sulla fauna australiana vi posso dire che ho assaggiato – tanto per restare in tema!- il canguro e il cocco verde, che poi ha una carne bianchiccia e si è conquistato la mia preferenza. I tramonti sono fantastici ovunque, ma particolarmente nei northen territory. Quando un europeo incontra un aborigeno la prima cosa che pensa è “quanto è strano!” , perché i tratti somatici sono un po’ diversi da qualsiasi etnia vista fino ad ora. La toponomastica di questo Paese ci ha fatti sorridere molto, me e il compagno di viaggio (c’è una città che si chiama sul serio “Surfers Paradise”!!), per quanto è recente..
Sì, è abbastanza un meltin pot la situazione: soprattutto ci sono tantissimi asiatici, e praticamente chiunque è figlio di immigranti di prima, seconda o terza generazione.
Dunque. So che forse questo post non vi piacerà, ma in fondo neanche a me. Non so, mi sentivo di scrivere questo. Forse, prossimamente scriverò qualcosa di più simpatico. Intanto passo la palla alle mie impegnatissime amiche in terra di Siena.
Di Maddi non ho notizie da un pochino; e neanche di Celeste e Sabrina.
Mi illuminate?
[Se qualcuno si sta chiedendo come è finito il mio momento di conservatorismo alimentare, la risposta è: ho smesso di sentirmi che dovevo sperimentare ogni tipo di pane esposto, e poi a casa mi sono fatta una pasta. Con avocado.
:P]
Mi mancate.
For the elsewhere is here, now, passing by..
C.
«Qualcosa in voi cresce e molla gli ormeggi, fino al giorno in cui, senza tante sicurezze, partite per davvero. Un viaggio non ha bisogno di motivi. Non ci mette molto a dimostrare che che si giustifica da solo. Pensate di andare a fare un viaggio, ma subito è il viaggio che vi fa, o vi sfa»
Nicolas Bouvier, La polvere del mondo.
Ho letto i vostri post bellissimi, che mi ero persa perché vivevo tutta inclinata verso il centro della pura esistenza nel mondo, rapita agli studi e a tutto ciò che è ragionevole dall’irresistibile forza di attrazione di questa incomprensibile grossa pietra su cui abitiamo. Insomma, dopo averla risalita di qualche grado verso Nord piegando a Est in direzione del Baltico, sono di nuovo qui e galleggio nell’ultimo sole estivo, alle spalle di un universo che mi resta ancora sfuggente, incompleto.
D’altronde Berlino è dappertutto e soprattutto un enorme cantiere: e quei Baustelle che ti spezzano il cuore, quei ventri aperti e scavati che gli artisti locali riprendono spietatamente per le loro video-installazioni – il corpo disossato della capitale ai lati delle strade con le gru svettanti come a benedirlo – mi sembrano il segno materiale in cui si cifrano la città e forse in fondo tutte le cose e il mio rapporto con loro.
Berlino è un inspiegabile devinette urbanistico, l’incompletezza dei luoghi e delle situazioni, il lavorio struggente delle cose, che non combaciano mai ma non si interrompono, quasi il correlativo topografico di un mio stato interiore. Forse lo stato interiore di molti e per questo sta diventando la nuova meta e i giovani europei la ‘sentono’ così tanto. Berlino è un luogo contraddittorio, ombroso e colorato allo stesso tempo, imprevedibile. La periferia occupa il centro, dietro ogni strada che svolta c’è uno spiazzo inaspettato: certe volte è un brandello di Occidente (con tutte le sue ferite), altre una scheggia di Medio Oriente, oppure ancora un lago verde di alberi, dove fare il bagno la sera. C’è qualcosa di sotterraneo, e non solo nel senso dell’onnipresente underground, spesso smerciato e consumato in tanti modi diversi in tutta la città: gli strati di una storia conflittuale scorrono sotto le superfici, affiorano qui e lì e si fanno leggere poco alla volta. Benjamin (proprio lui!) diceva che a Berlino bisogna camminare fino a perdersi come in una foresta, fino a quando il volto indecifrato e materico della città comincia a parlare. Berlino mi ha parlato.
Ma da dove comincia questa maledetta voglia di partire, certe volte per sfida, o per il desiderio contorto di tornare indietro, di prepararmi nella distanza il ritorno a casa e a me stessa, o semplicemente per il puro brivido lungo la schiena quando guardo un atlante (piccola mania infantile)…
Comunque ho scritto qualche riga e sulla scia di Silvia ve la appunto qui, non ha molto senso forse, perché non è un diario e non è una storia... sono solo delle riflessioni un po’ a vuoto e senza conclusione sulle sensazioni degli ultimi mesi, forse dell’ultimo anno, compresi tutti gli svolazzi lasciati sul continente europeo per rincorrere un po’ del mio nordico ragazzo e un po’ di me… insomma, una piccola traccia lasciata dal mondo sulla punta delle mie dita, tutto quello che mi è venuto in mente ripensando a quanto ho sentito e sperimentato nei mesi in cui questo blog è cresciuto. Baci a tutte voi «pellegrine e straniere», con le unghiette tagliate e i capelli che sanno ancora di sale.
Camminava per quelle strade dove tutti si mescolavano senza sapere nulla l’uno dell’altro, dolcemente e quasi senza pensarci: e perché uno proprio adesso si sedeva lungo il fiume, quegli altri parlavano fitto, una donna in tuta da ginnastica correva? Veniva buio presto – era inverno – e sentiva la presenza dei milioni di persone sulla faccia della terra (una volta aveva visto una di quelle mappe dell’inquinamento luminoso mondiale, quelle galassie di puntini bianchi erano grumi terrestri, erano esseri umani), sentiva la sua città come un animale accovacciato sulla sabbia friabile, e poi tutte le altre città: i cancelli, gli allarmi, i corpi dietro le finestre, le tende tirate, le ultime luci appese sopra i semafori già spenti e ognuno racchiuso nei propri oggetti più scontati e lampanti, chi un porta-occhiali, chi un quaderno la piastra elettrica accesa il biglietto elettronico di una vacanza. Infine, in una presa diretta dolorosa, i ritratti delle persone più vicine: lo stomaco si contraeva per un momento al pensiero dei loro incontri, come certe volte sentiva le lacrime agli occhi quando sua madre la accarezzava e lei come da lontano pensava che perfino quello era così solo per caso.
Tutto questo la raggiungeva dolorosamente e quasi con violenza, una realtà aggressiva che entrava da ogni parte: e la violenza non era solo la sua inspiegabilità quasi malvagia, l’esistenza di chi giocava nel campetto regalato dall’Unione Europea a Kreuzberg o a Villeurbanne, di chi incendiava le auto a Parigi o Soweto, di chi aveva viaggiato sull’autobus senza sapere della bomba. C’era, più in generale, una forza d’urto quasi commovente nelle cose, che restavano lì dov’erano afferrate alla terra sotto di loro, c’era una tensione interrogativa che la feriva e nel contempo la riempiva di una gratitudine immotivata. Ogni cosa era piena di un significato strano che premeva fino a scoppiare fuori dalle superfici visibili, tutto parlava e loro non erano sordi, soltanto ancora troppo impreparati – ma lo sapeva, lo ripetevano di continuo: non si arriva mai preparati alle cose.
Come assorbire quella massa, quindi, come spiegarsela e trovare pace. Tutta quell’imperfezione, quei nodi irrisolti – forse per questo allora amava le persone combattute, le città oscure, le storie contraddittorie. Ognuna di loro rispondeva a modo suo delle cose così come stavano e si poteva sentirlo dentro di sé, ma quando lei poi tornava a casa queste sensazioni diminuivano, tornava soltanto di nuovo a casa e piccola e lì tutto è puro, il cielo è azzurro a nuvolette, con il rumore dei tosaerba e delle auto dall’altra parte del prato.
Noi studenti e studentesse, docenti e ricercatori precari, da settimane portiamo avanti la ferma opposizione alla legge 133/2008, agli effetti nefasti di questa, alla logica dello smantellamento del sistema formativo pubblico.
Il movimento universitario sta conducendo una battaglia contro la dismissione del ruolo dello Stato come principale finanziatore dell'Università e del mondo della formazione e della ricerca.
L'Onda respinge ogni tentativo governativo di illudere l'universo accademico con provvidementi effimeri volti solo a frammentare la mareggiata che ha invaso il nostro Paese, e pertanto continuerà, continueremo la mobilitazione.
La situazione di Siena si configura come paradigmatica rispetto all'azione governativa: l'autonomia finanziaria ha determinato una situazione economica disastrosa per il nostro Ateneo, e il piano di risanamento elaborato segue la stessa logica dei provvedimenti del Governo, tagliando sulle fasce più deboli e più precarie della nostra università.
Pur considerando necessario il tentativo di porre soluzione alla gravissima crisi finanziaria che coinvolge l’Ateneo, rileviamo che sono proprio i soggetti labili ad essere maggiormente colpiti, attraverso il taglio dei fondi per il reclutamento di nuovi ricercatori, degli assegni di ricerca, delle borse di dottorato, dei fondi per la copertura di docenze a contratto dei non-strutturati, dei posti di lavoro per i dipendenti delle cooperative di sorveglianza e custodia e la mancata presa di servizio del personale in attesa di chiamata.
Queste scelte dequalificheranno le Università, impoverendo la ricerca, e trasformando la maggior parte degli atenei in fornitori di didattica di cattiva qualità.
Respingiamo chiaramente la paventata nomina di un direttore amministrativo di chiara espressione dello stesso governo che porta avanti determinate logiche, poichè pensiamo che la riforma dell'università debba avvenire attraverso un processo condiviso e non attraverso tagli incondizionati che consegnano nei fatti gli atenei pubblici nelle mani dei privati, anche grazie alla possibilità di tarsformarli in fondazioni di diritto privato.
Coloro che hanno determinato la crisi, questo sistema di potere che coinvolge questa e le passate gestioni, devono assumersi le proprie responsabilità: non riteniamo che lo stesso sistema che ha generato questa crisi sia in grado di autoriformarsi, pertanto richiediamo le dimissioni del rettore Silvano Focardi e del collegio dei revisori dei conti.
Per questi motivi il movimento universitario non ha nessuna intenzione di far svolgere questo consiglio di amministrazione e porterà avanti tutte le iniziative possibili per contrastare questo modello di università, basato sulla sostenziale dismissione del ruolo del pubblico e su tagli incondizionati a danno dei soggeti più esposti.
La nostra mobilitazione non finisce ora, il vostro consiglio sì.
(ouh yeah)